Mezzogiorno e linea politica

Scritto nel mese di ottobre del 2015, in occasione delle chiacchiere e del dibattito sulla volontà reale del Pd di voler dedicare al sud un impegno quanto meno possibile in relazione a tutti i vincoli di bilancio ed al supporto della politica, non osteggiata dalle forze nordiste. Pubblicato in un primo momento sul Blog era stato eliminato perché apparso ridondante rispetto alla quantità di note pubblicate sul tema sulla stampa quotidiana ed in rete.

Alla luce del nuovo pezzo di Viesti apparso sul Mattino se ne ripresenta il testo giacchè centrato  sulla leva della reindustrializzazione, unica sulla quale si può coltivare una rinascita del territorio cui andrebbero anche restituite le aziende finite male con la scomparsa del Banco di Napoli. Di esse si dice nel testo

 

http://profgviesti.it/wp-content/uploads/2013/04/20160121ilva.pdf

 

 

Mezzogiorno e linea politica

 

Il problema del Mezzogiorno è molto complesso ed articolato. Non è vano ricordare che alla criticità attuali hanno concorso fattori endogeni ed esogeni dell’intero territorio, locali ma anche nazionali e, nel tempo, cause di origine antica ed anche recente.

Riprendo una di queste legata alle vicende bancarie del periodo dal 90 in avanti.

Chi scrive è stato dirigente del Banco di Napoli e di quella storia, nel momento in cui si consumò la fase stragista, è stato testimone attento, consapevole e documentato.

Di strage si trattò, giacché fu tutto il sistema bancario e finanziario meridionale a soccombere. [1]

Una strage di tante banche che sino a quel momento avevano operato, forse anche male, ma certamente sotto la vigilanza della Banca d’Italia che, probabilmente, si accorgeva delle tante criticità, senza, però, assumere tempestivamente provvedimenti predittivi , intervenendo di volta per volta con soluzioni rituali nella speranza che il sistema economico dopo il disastro politico della tangentopoli del 1992 potesse riprendersi e con esso anche quella parte del sistema finanziario caratterizzato da criticità antiche.

 

Tra l’altro quelle carenze erano state oggetto di analisi approfondite con particolare riguardo per il credito in testi di studiosi pubblicati persino sul sito della Banca di Vigilanza; riguardavano le ragioni per le quali il credito appariva rischioso in conseguenza delle opacità del sistema economico del sud sfavorito da pesanti da fattori di diseconomia oltre che dalla presenza della criminalità economica che ne inquinava il contesto.

 

Il risanamento peraltro non avvenne né potè accadere per la tensione dei mercati finanziari e dei cambi che divenuta più acuta  nella fase di avvicinamento all’Europa ed alla moneta unica e dopo il rischio del default scongiurato con l’assunzione di provvedimenti di politica monetaria; provvedimenti unici per il nostro paese che aveva conosciuto fasi di economia drogata nel precedente decennio alimentata prevalentemente dalla gestione del tasso di cambio.

 

Di tanto in tanto quelle scelte di politica economica avevano contribuito temporaneamente a risollevare l’economia con il contributo delle esportazioni favorite dall’indebolimento della lira e dal rafforzamento delle altre monete; giammai però i governi, troppo sensibili alle politiche del welfare, si erano preoccupati di incidere sugli assetti strutturali del paese rimasti deboli e mai fatti oggetto di interventi seri sia in chiave istituzionale che di assetto organizzativo della società. .

 

Il Partito comunista, in quel periodo unica forza di opposizione ancora vitale, appena salvatosi dal disastro di tangentopoli, ed alcuni dei suoi più autorevoli rappresentanti presi nella morsa del conflitto destra/sinistra DC/PC e PSI, non osarono frapporre alcuna resistenza di fronte al disegno che riguardò in particolare il Banco di Napoli che ne determinò   la scomparsa “meridionalista”. DC e PSI erano stati smantellati dalle inchieste ed avevano ceduto le armi ad altre forze incombenti.

 

Anche per questi eventi della storia recente il Mezzogiorno può e deve spendere verso l’ intera società crediti mai soddisfatti, giacchè come ha scritto Gianfranco Viesti, nel suo libro “mezzogiorno e tradimento; il Nord ed il sud e la politica che non c’è”, questa parte del paese non solo è stata dimenticata ma con i  sacrifici impostigli ha contribuito ad arricchire l’altra, cedendole risorse e tutti i suoi centri decisionali in ogni settore che conta: finanza, credito, politica, imprese, giornali etc etc.

 

Il Banco di Napoli, oggi, benché sembri vivo con il suo marchio ed il suo peso , prima all’interno del  San Paolo e poi nel gruppo Intesa, con la sua rete territoriale e con la sua capillare presenza serve più  a drenare risorse finanziarie dal Sud alle economie più solide del Nord che non ad esprimere una politica del credito effettiva ed adeguata, guidata da una strategia, quella che per dirla con i profeti della scienza bancaria del tempo, i Filosto, i D’angelo, Mazzantini, si esprime proprio con la presenza di un sistema bancario efficace posto a capo di tutto il  resto del sistema di imprese nel mercato servito.

 

Il Banco di Napoli di oggi, ma ciò vale anche per le altre banche del sud passate di mano, manca dell’anima che fu propria dei banchieri che delle loro terre conoscevano ogni anfratto e che sapevano sussidiare il pur sempre debole sistema delle imprese anche nelle più avverse situazioni congiunturali.  

 

Quei banchieri ne accettavano il rischio ma riuscivano a dare sostegno anche nelle fasi buie.

Da quella data, 1996, segnata poi dalla presenza di una politica a fasi alterne, condivisa tra anni di destra e di sinistra, di fatto non c’è stata più attenzione per il Sud e non c’è più stato un disegno strategico forte. Vari tentativi di chiaro intento politico, miranti strumentalmente alla sola cattura del consenso, hanno miseramente fallito.  Il sud in altri termini non ha più le sue vecchie banche.

 

La pubblicistica al riguardo è copiosa ed è suffragata dalla rassegna annuale della Svimez che da sempre declina i dati della disattenzione complessiva con una quantità di numeri in serie storica che fa la tac ad ogni momento sociale ed economico a conferma del declino graduale.

 

Un progetto di recupero non può fondarsi solo su apporti economici e finanziari; va costruito su una condivisione generale fatta anche di solidarietà politica che deve esprimersi avendo al centro dell’attenzione tutti i focal point che caratterizzano questo territorio: criminalità, strutture organizzative, infrastrutture, università, moralità della politica, classe politica etc etc.

 

E’ emerso recentemente che taluni mali sono condivisi; per anni, però, hanno riguardato prevalentemente il Sud incidendo in profondità sui suoi assetti socio economici, d’impresa e sui suoi assetti sociali.

 

Gli ingredienti del paniere sono tanti; toccano l’insufficienza e l’inadeguatezza di una vision sull’insieme, di una cultura della ricostruzione morale, politica, organizzativa.

L’humus necessario per intervenire può appartenere solo alla politica generale con la P maiuscola che deve mettere, in maniera forte ed anche emotiva, la spinta per ridare al Sud ed al suo problema il valore necessario per trainare le economie dei territori e quello dell’intero paese. Non sono sufficienti gli empiti localistici delle singole regioni autonomamente considerate.

 

Le ragioni del Mezzogiorno sono state, nei venti anni e passa, percepite come una esigenza nazionale di serie B (cioè di secondo grado) nel contesto delle problematiche complessive ed internazionali.

Il professore Viesti a pagina 9 del testo citato scrive: “risolvere i problemi del mezzogiorno e risolvere i problemi dell’Italia richiede la stessa strategia. Ma di questo ormai pochi ne sono convinti”.

 

E’ sembrato ora, dopo la pubblicazione dei dati della Svimez del 2015 tra l’altro noti da sempre, che questo governo, quello attuale a guida renziana, anche sulla base degli impegni assunti e delle dichiarazioni espresse in una sessione di segreteria nazionale ne abbia preso contezza e che si appresti ad avviare con impegno e determinazione ciò che occorre per questa parte del Paese che ha tanti deficit , molti soprattutto di natura infrastrutturale.

Se ne è avuta idea con la pubblicazione del Master Plan che costituisce, al di là del pur sottili critiche di economisti adusi a spaccare il capello, un impegno morale ed una sorta di promessa vincolante per gli anni futuri circa la destinazione delle risorse dei fondi UE, sempre oggetto di contesa tra Nord e Sud, che richiedono anche la destinazione vincolata dei fondi del bilancio statale a titolo di cofinanziamento.

 

Per capire quanto questo confronto sia ancora attuale basta andare alle dichiarazioni recenti della Lega, da sempre ostile al SUD  “ladrone”: “le tasse del Nord al Nord e quelle del Sud al Sud”, come dire che questa categoria di italiani dimentica proprio i sacrifici fatti sopportare, e non da ora, al Sud per arricchire il Nord.

 

Nell’agenda dei pentastellati il tema è poi assente perché i programmi non aspirano alla realizzazione di uno sforzo politico costruito su una strategia economica complessiva con una vista di insieme sui tanti versanti della politica.

 

Quindi per aiutare il Sud  non si è sufficiente invocare solo risorse economiche e finanziarie.

 

Non si tratta di spingere, come detto innanzi, solo con la leva della finanza e delle risorse Ue ma occorre costruire un progetto globale che pur contando sulla valenza di  tante iniziative di successo, che ci sono, sia capace, di far fare al Sud un salto epocale non solo con la messa in cantiere di una massa critica di progetti infrastrutturali necessari e non rinviabili, ma soprattutto con la ricostruzione di un “sistema territoriale” portatore di valori generatori di emozioni e di slancio ricostruttivo.

 

Il Sud ha perso quasi tutte le grandi aziende, ha i Comuni più disastrati d’Italia ( Potenza, Taranto, Napoli etc  etc ), i progetti industriali più complessi (vedi ILVA), ha  Regioni dove sembra che tutto sia in perenne involuzione, ( non c’è pace in nessuna di queste Puglia, Campania, Calabria, Sicilia ) ha conflitti istituzionali permanenti  figli del sentimento di avversione al centralismo (  vedi Bagnoli, trivelle, ambiente ), ha i redditi pro capite più  bassi, insomma ha micce accese che vanno spente con una continuità di azione che una  flebile azione politica non può più né contenere nè più permettersi.

 

Non bastano iniziative pur apprezzabili ma isolate che non proseguono se non si avverte la sensazione della volontà e della presenza della politica che del Sud deve farsi carico; venti e più anni di latitanza non possono essere recuperati in poco tempo.

 

La gente comune del Sud avverte un profondo disagio; osserva che il Pil non si raddrizza solo con il turismo ( che non c’è)  e l’agricoltura ( che ha valori modesti ) o solo con i beni culturali da ricostruire , leve pur importanti, ma fattori  che, messi tutt’insieme, non fanno fare il salto sul quale tanta disoccupazione, anche giovanile, conta.

Basta leggere i dati delle pubblicazioni sulle economie regionali per rendersi conto delle le criticità e capire il basso potenziale per la crescita che derivano dai settori tradizionali su cui una parte della politica locale vorrebbe costruire il rilancio; si trascura e si mette in secondo piano l’idea di strategia industriale leva essenziale per la rinascita e la ripresa.

Gli economisti, anche quelli del Sud, fatta eccezione per alcuni della Università di Bari che si spendono spesso con interventi mirati ad educare, farebbero bene di tanto in tanto a rassegnare il contributo dei settori che esprimono il vero valore aggiunto alla produzione ed al Pil , a spiegarlo agli italiani ed ai sudisti e che vagheggiano una società orientata solo alla industria delle vacanze, del sole ed alle risorse della agricoltura, importanti ma non bastevoli per un rilancio del territorio.

 

Si può ben vivere di aria fresca, pulita di sole e mare ma non basta.

 

L’utopia della decrescita felice non porta pane e companatico ma solo speranze illusorie.

 

Occorre perciò provare a rigenerare un vero sistema di imprese, un tessuto industriale e produzioni spendibili e soprattutto puntare a vivificare e rilanciare tutte quelle aziende che costituivano punti di forza dell’immediato passato , su cui occorre lavorare per rigenerare capacità competitiva in settori ad alto valore aggiunto per il Sud costituenti aree primarie di mercato.

 

Occorre ricreare contesti di manifatture che possono, attraverso l’integrazione con le vie d’acqua dei porti, generare quella ricchezza primaria sulla quale, grazie a Dio, il paese conta perché da essa ritrae le risorse che costituiscono la vera materia prima ed il valore aggiunto che è il fondamento della economia e degli scambi.

 

E questa insufficienza ed inadeguatezza di sistema si legge purtroppo anche attraverso il doloroso confronto dei Pil del sud con quello di altre aree del nostro paese e dei redditi medi procapite di livello quasi da terzo mondo.

Tutto ciò induce a ricordare ciò che conseguì alla sola storia del Banco di Napoli  di cui si hanno i  dati sottomano : circa 35 mila furono le aziende assistite dal Banco di Napoli che, con un colpo di spugna, nel 1996 furono cancellate con il passaggio nella società di gestione degli attivi (SGA) affidata ai Nordisti ( si perché venne costituita a trazione Nordista in ogni senso ). Altrettanto nel numero furono quelle delle altre banche che seguirono la stessa sorte.

La Sga, Società Gestione degli attivi, la seconda dopo la storia del Banco Ambrisiano, ha bene espletato  la mission di recupero dei  crediti incagliati e anomali sino a chiudere la sua attività qualche anno fa con la generazione di risultati eccellenti che  hanno segnato anche la sua ricollocazione sul mercato come azienda ausiliaria del credito.

Ma quella azienda non ha avuto, però, del pari anche la mission di assistenza nella fase critica tipica della banca che riesce anche a generare legami ed interrelazioni tra settori in fase di congiuntura negativa con settori in fase dinamica ed a mediare gli effetti virtuosi di possibili combinazioni che non sono mai a somma zero.

Ha fatto del recupero il solo obiettivo; lo ha svolto bene in chiave cautelare e giuridica ed ha di massimizzato i rientri.

Ma ha segnato di fatto la cancellazione di un sistema di imprese che costituivano il tessuto delle piccole e medie imprese che si alimentavano del credito del sistema del Banco di Napoli sino a quel momento attivo e delle note agevolazioni della Casmez e delle leggi speciali ad essa successive.

Va anche ricordato, in questa sede, per completare il dato storico, che la politica Nordista e Leghista non solo chiuse i rubinetti alle operazioni che stavano per perfezionarsi, decretando la fine della leva finanziaria di sostegno agevolato, ma ebbe a depennare anche i 75 mila miliardi di lire di contributi previsti dalla leggi speciali ancora da spendere, già appostati bilancio, recisi dall’avvento a cultura nordista intervenuta dopo la stagione dei processi del 92  per punire il sud reo di sprechi e di tante altre supposte nefandezze.

Quei contributi attesi, mai più dati, segarono le gambe alle aziende ed al Banco ed a tutta la occupazione fatta di almeno 200 mila addetti.

 

Su tanto vale la pena, ora che il tema del Mezzogiorno è divenuto di maggiore attualità,  di recuperare la memoria e il filo della storia perché altro è lamentarsi altro è parlare con i dati ed altro è necessario ricordare alla politica giacchè le risorse aggiuntive che andavano orientate al Sud, tra cui quella del 45% della spesa in conto capitale che i Governi di centro sinistra e di centro destra si erano dati come obiettivo, non sono mai state finalizzate secondo i termini degli impegni assunti ma con un delta negativo di almeno il 20%.

 

Forse è anche da queste premesse e da questi crediti “morali “ che  occorre ripartire per ricordare a tutti che il risultato di oggi è la conseguenza di un ventennio e passa di disattenzione. Su di essa il libro di Viesti, che si segnala alla lettura per un necessario approfondimento , si è dettagliatamente speso.

 

La ristrutturazione del sistema bancario meridionale del 1996 in avanti è stata una vicenda unica; non ha mai toccato altre aree della nostra Italia che alla distanza hanno pure messo in bella mostra criticità delle loro banche alle quali, però, si è rimediato con soluzioni che non hanno avuto come conseguenza la distruzione di una parte del ceto imprenditoriale e la perdita dei centri decisionali di autonomia finanziaria.

 

Gaetano Salvemini ebbe ad indicare la questione meridionale come tema determinante per l’Italia anche a cagione del fatto, come egli ricorda , che “ mentre in Europa tutto è mutato , nell’Italia Meridionale le cose son rimaste sempre allo stesso punto; e attraverso a mille tempeste la classe feudale è riuscita a tenersi a galla”. Egli si riferiva naturalmente alla classe dirigente del sud

Non è un caso che recenti ricerche e studi abbiano messo in luce come i due elementi, classe dirigente, sistema bancario, in uno con una criminalità diffusa, continuino a gettare ombre e non aiutino a recuperare soprattutto in economia il tempo perduto.

E per queste ragioni solo una politica con la P maiuscola, oltre al puntuale rispetto delle tappe del Masterplan, che va assunto come dichiarazione di intenti e la prospettazione di obiettivi dell’attuale forza di maggioranza, può dare l’aiuto giusto.

Ma non sembra, purtroppo, che l’abbiano ben capito i tanti capipopolo che tutti i giorni sui media prendono le distanze dal tema più generale per inseguire l’orticello del ruolo che si sono dati, dimentichi che ad una posizione di battaglia politica individuale non corrisponde il bene del territorio nel suo insieme neppure dinanzi a questioni che, pur condivisibili sul piano dei principi, non fanno altro che scavare fratture che non aiutano. Dimostrano essi nei fatti di non aver appreso nulla dalle lezioni del passato.

 

 

Federico d’aniello

Inviata da Windows Mail

 

 [1] Dibattito parlamentare al Senato “D’altro canto, la crisi del Banco di Napoli si inserisce nella piú vasta situazione di difficoltà e di dissesto dell’intero sistema creditizio meridionale, a cominciare dal Banco di Sicilia per finire alla Fime leasing ed all’Isveimer, passando per Cassa di risparmio di Calabria, Caripuglia e Cassa di risparmio Vittorio Emanuele. É, come noto, quasi tutto il mondo del credito del Sud che sta boccheggiando, che sta affondando.”

Bilancia dei pagamenti ad Aprile 2014

Bollettino Banca d’Italia n 34. Periodo sotto osservazione Aprile 2013/ aprile 2014.

Segnalare con una certa sistematicità alcuni dei dati della economia nazionale ed internazionale può essere utile per capire meglio le cose di casa nostra.

I punti di forza del nostro paese, nonostante tutto, sono costituiti dai dati del settore manufatturiero, settore che continua a produrre buoni risultati a dispetto di una dinamica del prezzi non del tutto favorevole e del valore dell’Euro. E’ un grosso aiuto alla nostra fragile economia.

Lavorare sui punti di forza dovrebbe rappresentare una della indicazioni pivot delle strategie economiche e aziendali. La politica deve tenerne conto.

Di converso vengono all’attenzione, come si leggerà in seguito, anche i punti di debolezza per i quali non si sta facendo molto se non ripeterli e citarli.

Dati rassegnati sul volume numero 34 di giugno 2014.

Il risultato dei dodici mesi ad aprile 2014 della bilancia dei pagamenti segna un saldo di +22,8 miliardi (  contro un +0,3 dell’aprile 2013 ), dato che nasce da un + 42,6 miliardi di surplus delle merci rispetto ad un – 22,4 miliardi per “redditi e trasferimenti” in uscita.

In altre parole mentre la bilancia commerciale ci dà un interessante risultato di 43,6 miliardi , ascrivibile quasi tutto manufatturiero ( bassa è l’incidenza dei servizi, pure in avanzo) i residenti, al contrario, continuano a trasferire all’esterno risorse finanziarie in termini di redditi ed altro, per 22,4 ( di cui 8,4 per redditi e 14,08 per trasferimenti ).

Il conto commerciale dà il segno della vitalità del nostro sistema, nonostante tutte le criticità note ; il dato di natura finanziaria attinente il conto degli “investimenti diretti e degli investimenti di portafoglio” si presenta di contro con un deludente segno meno per un valore di -32,9 miliardi. Anche le riserve ufficiali si abbassano. Erano 147 miliardi nel III trimestre 2012; sono ora di 105,5.

Le transazioni che riguardano titoli azionari ed obbligazionari, quote di partecipazione, vedono acquisti dei nostri residenti all’estero per 13,2 miliardi ed acquisti dei non residenti sul sito patrio per 57 miliardi , con un saldo positivo di circa 42,7 miliardi in entrata ( dato molto interessante, perchè segna l’apprezzamento degli altri mercati verso i titoli rappresentativi di quote delle nostre aziende, che si esprime sia con acquisti di azioni che di obbligazioni e di titoli in genere  ); il dato in termini finanziari viene annullato dal corrispondente dato negativo in uscita di 77,9 miliardi costituito dall’accensione di crediti commerciali, prestiti, depositi ed altre transazioniSu quest’ultimo continua a pesare la restrizione del credito da parte delle banche italiane.

 

Gli indicatori di competitività basati sul prezzo dei manufatti, con base 100 al 1999, dicono che nel periodo in Italia i prezzi sono cresciuti dell’1,4 (ora 103,4), che si mantengono stabili in molti paesi ( Germania 94,5 ) ( Francia 96,7), che sono diminuiti del 20% in Giappone ( arrivato ad un indice del 69,9) con un avanzo di 44 miliardi di $ nella bilancia commerciale negli ultimi 12 mesi, che sono leggermente aumentati nel Regno Unito di 6,4 ( ora a 83,8 ).

 

LA POSIZIONE PATRIMONIALE ed il RAPPORTO CON IL DEBITO PUBBLICO

Il dato costituito dalla differenza tra le attività e le passività nostre verso il resto del mondo da un lato può consolarci, giacchè vede crescere gli strumenti del debito pubblico nelle mani dei non residenti, passati dai 663 miliardi del terzo semestre 2012 ai 730,6 del IV trimestre 2013 ( segno di una confermata fiducia verso il sistema Italia che non esclude la liquidabilità al primo stormir di fronda e senza preavviso ), dall’altro lato deve preoccuparci .

Infatti al dato complessivo patrimoniale di 2.364 miliardi di Euri di passività corrisponde un dato complessivo dell’attivo di soli 1.905 miliardi ed una conseguente posizione netta debitoria di – 465 miliardi, cresciuta di ben 69 miliardi  dagli ex 396 a terzo trimestre 2012 .

In altri termini se in linea teorica si dovesse realizzare la liquidazione dell’azienda Italia tra attivo e passivo faremmo registrare un deficit di 450 miliardi.

CONCLUSIONI

Questi ultimi dati dovrebbero indurre a rigorose riflessioni sulla gracilità del nostro sistema; esso è  esposto , sotto gli occhi di tutti ( tutto il mondo lo sa e tutti i mercati non lo ignorano ) , alla turbolenze finanziarie ed economiche ed agli orientamenti degli investitori che, come detto sopra, detengono ben 730 miliardi di quei titoli del macigno che opprime la nostra economia e la nostra collettività frutto della spensierata gestione della nostra cosa pubblica di un ventennio.

Il collante che ci sostiene è dato solo dalla fiducia e dal valore che riusciamo a creare come paese giorno per giorno in attesa di soluzioni serie che tardano ad arrivare.

Il vero problema è il debito.

Bollettino n°34

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Outlook Italia nelle previsioni dell’OCSE

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Questo il grafico nell’Outlook Italia che tenteremo di commentare insieme ad altri per meglio rappresentare la situazione del nostro paese. L’Italia è il paese all’estrema sinistra rappresentata con un valore leggermente negativo o pari a zero nella media degli ultimi 10 anni.

l’OCSE ha  presentato il nuovo rapporto suggerito dall’emergere di errori previsionali nei quali è incorsa . Si segnala  il link dell’OCSE attraverso il quale si può accedere alla documentazione economica e tecnica per la lettura delle previsioni economiche. Il testo che segue tradotto da scrive è contenuto nella comunicazione Ocse con la quale è stato presentato il tema.

“La crisi economica ha offerto l’occasione per predisporre nuove metodologie per affrontare le previsioni. L’estrema volatilità registrata durante la crisi finanziaria globale ha complicato le previsioni economiche, inducendo ad  errori che sottolineano la necessità di migliori metodi e modelli e di nuovi approcci per metter in piedi e presentare le proiezioni : questo è quanto emerge dal rapporto dell’OCSE .

Le previsioni dell’OCSE durante e dopo la crisi finanziaria : un post- mortem dice che  le proiezioni economiche dell’Organizzazione hanno sotto valutato la profondità del crollo delle attività nel 2008 -09 e sovra- stimato il ritmo della ripresa negli ultimi anni. Il grado di errori di previsione osservato nel periodo 2007-12 è di dimensioni simili a quello visto intorno al primo shock petrolifero nel 1970

Il rapporto dell’OCSE analizza i fattori chiave che hanno prodotto gli errori di previsione traendo insegnamenti che possono essere utilizzati per migliorare le nuove previsioni e le analisi. “Abbiamo imparato molto dalla crisi ” ha detto il capo economista dell’OCSE Pier Carlo Padoan durante un evento di lancio  a Londra con la London School of Economics . “Abbiamo preso misure per migliorare i modelli di previsione a breve termine , per la costruzione di migliori indicatori delle condizioni finanziarie e per esplorare i rischi intorno le nostre previsioni  con un metodo più sistematico “, ha detto Padoan .L’analisi delle previsioni offre nuovi indizi su come la crisi economica globale ha influenzato i diversi paesi. Errori di previsione sono stati più grandi nelle economie più aperte  in termini di commercio e  finanza ed indicato che la globalizzazione ha aumentato l’esposizione a shock esterni e reso i paesi più connessi rispetto al passato Errori nelle proiezioni economiche sono stati  più grandi nei paesi con le norme del mercato del lavoro e del prodotto più rigorose nella fase pre-crisi , che hanno opposto  una resistenza più debole rispetto a quella delle economie più liberalizzate. I grandi e negativi degli errori sulla crescita, nei paesi con sistemi bancari deboli , confermano che ai fattori finanziari deve essere dato più peso nei modelli economici. ” L’approfondimento della crisi della zona euro del  debito sovrano ci ha colto di sorpresa, perché c’è stato un feedback più forte del previsto tra le banche e le debolezze del debito sovrano , e questo ha influenzato la sovrastima della crescita proiettata durante le prime fasi della ripresa. Forti accuse al  il consolidamento fiscale sono state mosse da alcuni  paesi per le conseguenze di una crescita più debole del previsto ; ma l’OCSE ritiene che questo possa valere solo in alcuni anni  e solo  sino a quando la Grecia sarà inclusa nell’analisi . ” L’OCSE non sottovaluta i moltiplicatori fiscali “, ha detto Padoan .”E ‘stata la supposizione ripetuta sul fatto che la crisi dell’euro si sarebbe diluita nel tempo  e che i differenziali di rendimento dei titoli sovrani si sarebbero ristretti la più importante fonte di errore . “La revisione delle previsioni è parte di un più ampio sforzo dell’OCSE per capire meglio la crisi globale e per usare le stesse come fonte per lo sviluppo di nuovi approcci alle sfide economiche”.

.http://www.oecd.org/eco/outlook/oecd-forecasts-during-and-after-the-financial-crisis-a-post-mortem.htm

Per maggiori informazioni , contattare l’ Ufficio stampa OCSE ( +33 1 4524 9700 )

Le immagini di Castel dell'Ovo dalla sala Posillipo del Royal sede del Club
la visione notturna

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I numeri non sono “chiacchiere”. Il disavanzo Patrimoniale reale dell’Italia e le sue conseguenze sul piano della giustizia sociale

Alla luce del pezzo di Valentina Melis, sul sole 24 ore del 27 1( vedi link qui sotto indicato) occorre fare delle rettifiche al dato di 450 miliardi  di deficit patrimoniale verso l’estero di qualche giorno fa. Esso, infatti, è legato ai valori ufficiali e noti dei flussi finanziari rilevati dalle statistiche della Banca d’Italia e non anche a quelli che lo studio citato determina con riferimento anche alle altre attività “nascoste”.  (  per ogni utile approfondimento http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_97). Almeno duecento miliardi, dice la Melis, rappresentati da nostri assets sui quali gli italiani continuano a non pagare le tasse. Basterebbero quelle tasse per risolvere tanti problemi di risorse che non si riescono a recuperare. Torna attuale il tema dell’economia sommersa e dell’evasione fiscale fattori sui quali  20 anni di buon governo sembrano non aver prodotto nulla o quasi  al punto da far invocare alla Camusso il ricorso ad una patrimoniale e da far considerare prioritario nell’agenda di governo il tema delle pensioni come ancora di salvataggio per le dissestate casse della Pubblica amministrazione. Il saccheggio sistematico, fatto di alta ed ingegnosa alchimia, che ha prodotto un più 469 miliardi di passività dello Stato in appena 6 anni di governo ( € 2091  milioni-al 31 12 2012- contro  €1622 al 31 12 1996 come da statistiche Bollettino di Vigilanza del mese di febbraio n 6), avrà pur drenato risorse verso aree sbagliate tanto da aver prodotto le diseguaglianze note e le ingiustizie tra chi ha sempre osservato i suoi doveri di cittadino e chi si è arricchito “ proprio e solo” attraverso lo strumento elusivo ed evasivo. Forse questo dovrebbe essere l’unico tema sul quale concentrare l’iniziativa di Governo per dare fiducia agli Italiani onesti e veder ristabilito un nuovo ordine sociale. Ma sarà molto difficile sino a quando l’asticella verrà alzata solo per parlare di pensioni ingiuste , di legge elettorale , di  nuovi assetti dei partiti e di tante altre cose con le quali le televisioni per intere giornate assillano la buona pace degli Italiani e disorientano le famiglie.

 

Sole 24 ore Articolo di Valentina Melis

Caccia al rimpatrio di 200 miliardi di euro.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-27/caccia-200-miliardi-nascosti-064154.shtml

 

Caccia al rimpatrio di 200 miliardi di euro. È la stima (secondo alcuni per difetto) dei capitali “occultati” all’estero dagli italiani (si veda Il Sole 24 Ore del Lunedì del 28 ottobre). Questa dunque, la torta presunta su cui si dovranno recuperare le imposte evase e le sanzioni (anche se ridotte) a carico dei contribuenti che aderiranno alla voluntary disclosure. La stima delle ricchezze oltre confine si basa su uno studio della Banca d’Italia del 2011  («Alla ricerca dei capitali perduti: una stima delle attività all’estero non dichiarate dagli italiani», di Valeria Pellegrini ed Enrico Tosti), che quantifica tra 124 e 194 miliardi di euro i capitali sotto forma di titoli di portafoglio (fondi, azioni, obbligazioni) detenuti all’estero prima dell’ultimo scudo fiscale del 2009-2010. Secondo lo stesso studio, valevano 60 miliardi i titoli in portafoglio poi regolarizzati con lo scudo. Aggiungendo le altre tipologie di ricchezza (denaro contante, depositi in conto corrente, immobili) che si possono desumere dalla composizione dei 97 miliardi di euro rientrati con l’ultimo scudo, si arriva a stimare le attività non dichiarate in una forchetta tra 157 e 197 miliardi di euro. Una fotografia delle ricchezze all’estero che sono invece già in regola con il Fisco arriva dalle statistiche del Dipartimento delle Finanze. Il dato più aggiornato riguarda le dichiarazioni dei redditi 2012, riferite ai redditi 2011, e parlano di un “tesoretto” di appena 35 miliardi. ( dato ufficiale desunto dalle dichiarazioni dei redditi ) È una somma che riguarda gli investimenti all’estero, monitorati tramite il quadro RW, e i beni mobili e immobili oltre confine indicati dai contribuenti nel quadro RM delle dichiarazioni per il pagamento dell’Ivie (imposta sul valore degli immobili situati all’estero) e dell’Ivafe (imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero). I conti correnti e depositi esteri valgono 3,6 miliardi e sono stati dichiarati da 42.966 contribuenti. Le attività finanziarie estere valgono 12,8 miliardi. Sono più di 103mila, poi, i contribuenti che hanno denunciato al Fisco di avere una casa, un appartamento o un terreno all’estero. Il valore totale del patrimonio immobiliare degli italiani all’estero è di 17,2 miliardi (mediamente il valore degli immobili si attesta sui 166mila euro).

 

Link al volume della Banca d’Italia : Questioni di economia e finanza Luglio 2011 n. 97 Autori  Valerio Pellegrini e Enrico Tosti

http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_97

 

Qualche considerazione sulla tenuta della nostra bilancia dei pagamenti e sulla posizione patrimoniale sull’estero.

Qualche considerazione sulla tenuta della nostra bilancia dei pagamenti e sulla posizione patrimoniale sull’estero.

 

E’ appena uscito il supplemento al bollettino statistico degli indicatori monetari e finanziari della Banca d’Italia. Il periodo sotto osservazione è l’anno: dodici mesi, da novembre 2012 a novembre 2013.

Non è fuor di luogo di tanto in tanto far conoscere  ai cittadini , e possibilmente commentarli,   alcuni dei dati positivi della economia nazionale ed internazionale , non certo per generare facili ottimismi ma solo per lumeggiare alcuni punti di forza del nostro paese  da valorizzare , aiutando a far crescere le imprese che producono i  buoni risultati che contribuiscono ad aiutare la nostra fragile economia.

Lavorare sui punti di forza costituisce una della indicazioni antiche ma sempre valide ed attuali che , tra l’altro,  sentiamo ripeterci  dalle società di consulenza strategica non solo per agire con più efficacia e nei tempi brevi ma anche con l’obiettivo di non disperdere le energie.

Il risultato virtuoso di tali iniziative può, talvolta, anche contribuire ad aprire la riflessione sui punti di debolezza per i quali occorrono, invece, azioni più strutturate e di lungo periodo comportanti impegni di risorse economiche, finanziare e di lavoro più robusti.

E veniamo ai dati rassegnati sul volume numero 6 del 28 Gennaio 2014.

Il risultato dei dodici mesi a Novembre 2013 della bilancia dei pagamenti è di un + 12,9 miliardi (  contro un – 7,8 del 2012 ), dato che nasce da un più 35,7 miliardi di surplus delle merci rispetto ad un – 25,3 miliardi per redditi e trasferimenti usciti. In altre parole mentre la bilancia commerciale ci dà un interessante risultato di 35,7 miliardi  , ascrivibile quasi tutto alle aziende manufatturiere ( bassa è l’incidenza dei servizi pure in avanzo di 1,3 miliardi ) i residenti, al contrario, continuano a trasferire all’esterno risorse finanziarie in termini di redditi ed altro per 25,3 miliardi.

Il conto commerciale dà il segno della vitalità del nostro sistema  , nonostante tutte le criticità note , vitalità confermate dagli indicatori di competitività di cui in appresso; il dato di natura finanziaria attinente il conto degli “investimenti diretti e degli investimenti di portafoglio” si presenta di contro con un deludente segno meno per un valore di -14,9 miliardi. Anche le riserve ufficiali si abbassano di 1,5 miliardi circa.

 

Le transazioni che riguardano titoli azionari ed obbligazionari vedono acquisti dei nostri residenti all’estero per 5 miliardi ed acquisti dei non residenti sul sito patrio per 40 miliardi , con un saldo positivo di 34 miliardi in entrata ( dato molto interessante, perchè segna l’ apprezzamento degli altri mercati verso il valore delle nostre aziende, che si esprime sia con acquisti di quote azionarie che di obbligazioni  ) annullato dal dato negativo di 33 miliardi costituito dall’accensione di crediti commerciali, prestiti, depositi ed altre transazioni.

In sintesi i due dati positivi sono costituiti dall’afflusso di risorse per la bilancia commerciale per 35,7 miliardi e dall’afflusso di risorse per investimenti pari a 40 miliardi , entrambi annullati dal movimento negativo di redditi e trasferimenti, nel primo caso, e dall’accensione di prestiti commerciali, prestiti in genere , depositi ed altre transazioni nel secondo caso. Su quest’ultimo ha certamente pesato la restrizione del credito da parte delle banche italiane.

L’indicatore di competitività con base 100 al 1999 eretto per misurare il settore pone in buona luce l’Italia  (Anno 2013) 102,8  (Anno 2010) ex 102,6,  rispetto a Germania 93,4 ( ex 94,4), Stati Uniti 99.6 ( ex 96,4), Giappone 72,6 ( ex 88,8 ), Francia 96,1 (ex  96), Spagna 113,2 (ex 111 ) Paesi Bassi 121,9 ( ex115,2), Belgio 115,2 ( ex 112,8), Cina 94,6 (ex 91,8), Brasile 191,9 ( ex 208,7), Corea del Sud 99,2 ( ex 91,5 ), Turchia 125,7 ( ex139,9 ) Polonia 102,1 ( ex 103,3 ).

Leggendo i dati, nel loro dispiegarsi temporale e nel confronto con gli altri paesi in rassegna, la situazione sembra mantenersi in equilibrio sostanziale.

 

LA POSIZIONE PATRIMONIALE ed il RAPPORTO CON IL DEBITO PUBBLICO

 

Il dato costituito dalla differenza tra le attività e le passività nostre verso il resto del mondo da un lato può consolarci, giacchè vede crescere gli strumenti del debito pubblico nelle mani dei non residenti, passati dai 643 miliardi del secondo semestre 2012 ai 700 del terzo trimestre 2013, ( segno di una confermata fiducia verso di il sistema Italia che non esclude la liquidabilità al primo stormir di fronda ) dall’altro lato deve preoccuparci .

Infatti al dato complessivo patrimoniale di 2.357 miliardi di Euri di passività corrisponde un dato complessivo dell’attivo di soli 1.907 miliardi ed una conseguente posizione netta debitoria di – 450 miliardi, cresciuta di ben 78 miliardi  dagli ex 382 a settembre 2012 .

In altri termini se in linea teorica si dovesse realizzare la liquidazione dell’azienda Italia tra attivo e passivo faremmo registrare un deficit di 450 miliardi.

CONCLUSIONI

Questi dati dovrebbero indurre a rigorose riflessioni sulla gracilità del nostro sistema; esso  è  esposto, sotto gli occhi di tutti e non solo di noi italiani ( tutto il mondo lo sa e tutti i mercati non lo ignorano ) , alla turbolenze finanziarie ed economiche ed agli orientamenti degli investitori che, come detto sopra, detengono ben 700 miliardi di quei titoli del macigno che opprime la nostra economia e la nostra collettività frutto della spensierata gestione della nostra cosa pubblica di un ventennio.

Il collante che può sostenerci è dato solo dalla fiducia e dal valore che riusciamo a creare come paese giorno per giorno in attesa di soluzioni serie che tardano ad arrivare.

Per dare qualche ulteriore indicazione di riflessione ai benpensanti, il cui numero sembra ridursi sempre di più ascoltando i talk show, leggendo i giornali ed assistendo al teatrino della politica, non è inopportuno ricordare  a tutti noi per le cose innanzi dette ( bilancia commerciale, finanziaria, deficit patrimoniale ) che nel 2014 verranno a scadenza 141 miliardi di BOT, 108,2 di BTP 81 miliardi di CCT e 2,5 miliardi di altri titoli. . Il tutto per un totale di 333,7 miliardi.

Il tasso dei BTP in scadenza va dal 2,15 dei titoli emissione 2003 al 6 % dei titoli emissione novembre 2011, mese ed anno del fatidico Crash politico che portò alle dimissioni del Governo Berlusconi.  A bon entendeur peu de mots.

 

Weblografia con il bollettino della Banca d’Italia e con i link al Mef per la lettura del debito pubblico.

 

http://www.bancaditalia.it/statistiche/rapp_estero/pimebp/2013/sb68_13/suppl_68_13.pdf

http://www.dt.tesoro.it/it/debito_pubblico/_link_rapidi/debito_pubblico.html

http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/composizione_titoli_stato/Composizione_dei_Titoli_di_Stato_in_Circolazione_al_31-12-2013.pdf

http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/scadenze_titoli_suddivise_per_anno/Scadenze_Titoli_di_Stato_suddivise_per_anno_xaggiornamento_al_31.12.2013x.pdf